Sccede in Italia: un presidente della Repubblica, ritenuto un trinariciuto da i democristiani d’antan, parla alla nazione il 31 dicembre scorso. Un calabrese di 73 anni prossimo alla pensione, per tre decenni parroco di periferia, poi vescovo nell’Irpinia del post terremoto ora arcivescovo di Cosenza, lo ascolta, medita le riflessioni che Giorgio Napolitano consegna agli italiani come consuntivo del 2011 e auspicio per il 2012 e ne trae spunto per una lettera pastorale.
È Salvatore Nunnari, ben lontano per storia e per cultura dall’esperienza umana e politica del Capo dello Stato. Infatti, la sua lettera pastorale, intitolata «La politica: vocazione al servizio», ha in calce note che rimandano a Tommaso d’Aquino, Jacques Maritain, Paolo VI, Max Weber, Luigi Sturzo, i documenti del Concilio e quelli del magistero sociale. Con le parole di Max Weber di Etica sociale, ritiene che la propria identità morale e culturale, specie se religiosamente motivata, quando si è in politica «non è una carrozza che si possa far fermare a piacere per salirvi o scendere». E, da pastore, udendo il presidente Napolitano parlare di «rigenerazione della politica» così traduce: «significa soprattutto educare alla sana politica, essere d’esempio per i giovani che devono essere messi in condizione di diventare padroni del proprio futuro. Chi sbarra il campo all’entrata delle nuove generazioni in politica si comporta da feudatario e non da uomo delle istituzioni».
Il vescovo di Cosenza non indulge in discorsi teorici ma, come molti suoi concittadini calabresi, si chiede: «come è stato possibile che i miliardi di lire arrivati non abbiano creato posti di lavoro stabili e rinnovato il tessuto sociale?». E come molti in Calabria, sa per certo che ciò è imputabile ad «una classe politica inadeguata e preoccupata di costruire il consenso gonfiando a dismisura il debito. Una classe che soprattutto negli anni Settanta ha sbagliato senza appello il modello di sviluppo della nostra regione, preferendo l’industria pesante mai decollata». A correzione di questo ormai trentennale gap socio-politico, Nunnari invita le comunità cristiane a «dire la propria e soprattutto nel pre-politico e cioè in quello spazio che precede le contese e in cui si elaborano i progetti, si cercano indirizzi, si immaginano soluzioni». Quando poi, per il sospirato ricambio generazionale, fosse finalmente aperta ai giovani la strada per l’amministrazione della cosa pubblica, a questi suggerisce di superare gli steccati dell’appartenenza perché «la diversità di appartenenza ai partiti non deve essere mai di impedimento». Le due ipotesi, né nuove né originali, interpretano due passaggi della prolusione del cardinale Angelo Bagnasco all’assemblea plenaria dei vescovi dello scorso settembre: quella in cui ricordava che, prima e al di sopra degli assemblaggi elettoralistici, «nell’esperienza delle persone, è la vita quotidiana che conta».
E che dalla rappresentazione di questa vita reale ciò che emerge, grazie alla rete di relazioni sviluppate attraverso le comunità cristiane ovunque presenti nel nostro territorio nazionale, è la necessità che nel brevissimo periodo si creino «le condizioni psicologiche e culturali per siglare un patto intergenerazionale che, considerando anche l’apporto dei nuovi italiani, sia in grado di raccordare fisco, previdenza e pensioni avendo come volano un’efficace politica per la famiglia, l’Italia non potrà invertire il proprio declino: potrà forse aumentare la ricchezza di alcuni, comunque di pochi, ma si prosciugherà il destino di un popolo». In realtà , dopo una lunga e fruttuosa vita di impegni, sembra quasi che la mente di Salvatore Nunnari, e di altri suoi confratelli, abbia maturato l’accettazione di quella sfida che il Benedetto Croce di Cultura e vita morale riassumeva così per il liberali dei suoi tempi: «Il vero anticlericalismo si fa coi fatti e non con le parole, coi fatti e non coi gesti; si fa, sostituendo verità più alte alle verità che la Chiesa ha serbate e diffonde, opere più degne a quelle che la Chiesa promuove; e, quando non si ha modo di far meglio, rispettando anche la religione e la Chiesa, e lasciando che operino dove noi non possiamo operare (….). La fatica del fare è così aspra, che passa la voglia di stare a vociare; così irta di difficoltà , che si finisce col diventare, in qualche modo, tolleranti verso i cattolici, e perfino verso i preti, quando, pur nella diversità delle forme, sentiamo che il loro cuore batte con il nostro».
In fondo, durante la mobilitazione del referendum del giugno 2011, contro il nucleare e la privatizzazione della gestione dell’acqua, questo è già avvenuto. Se accadesse anche in vista delle prossime primarie, e comunque per le elezioni del 2013, se dalla rete, dai social network, dai comitati, dalle associazioni e dai forum zampillassero solo nomi di giovani, o di persone esterne alle strutture politiche «normali», sarebbe un bel sistema per far battere ancora all’unisono il cuore degli italiani.