I colori profondi della Chiesa

22 febbraio 2012

Da molti, è considerato il «club più esclusivo del mondo». In effetti, durante le grandi cerimonie pontificie, vedere l’aula di San Pietro colorata del rosso porpora dei cardinali e del violaceo dei vescovi, può anche emozionare i molti delicati e sensibili cultori del genere. Ma per un cattolico con altre preoccupazioni, e che appartiene a quell’ottanta per cento della Chiesa che non ha mai partecipato ai fasti ma ha solo subito i nefasti delle corti occidentali, la scena risulta fatalmente destinata a scivolare nel regno del folclore. Come ammoniva Franz Fanon agli inizi degli anni Sessanta quando le antiche culture entravano in nuove forme statuali, quelle indipendenti, «il folclore sta alla cultura come l’arteriosclerosi sta all’ intelligenza».

Nel blog Vino nuovo il giornalista di Avvenire Roberto Beretta, a proposito delle ultime berrette rosse concesse dal Papa, osserva: «Nella Chiesa è pericolosa l’equivalenza (più o meno inconscia ma diffusissima) tra l’essere arrivato “fin lì” e qualità spirituale, meriti ascetici o coerenza morale…Notazioni consimili si potrebbero fare anche scendendo giù giù per la scala gerarchica: vescovi, monsignori, parroci, responsabili laici di importanti settori ecclesiali… O risalendo in su».

Ne consegue che per ben comprendere il momento storico che il cattolicesimo sta vivendo è del tutto fuorviante guardare, e giudicare, gli uomini di Chiesa per dove arrivano, o supporre con quali intrighi e altre miserie vengono distribuite porpore, infule, fasce con frange e berrette con o senza pon pon: bisogna tornare al punto di partenza, ricordare da dove questi uomini sono partiti, cogliere quale sia l’humus, il ventre caldo e fertile dal quale il cattolicesimo riceve il dono delle vite e delle intelligenze. Sabato scorso, in tanti si sono inteneriti nel vedere Shirley Radcliffe, l’anziana contadina del Missouri, mamma dell’arcivescovo di New York Timothy Michael Dolan, al braccio di suo figlio mentre questi entrava in concistoro. Anche, Edwin Frederick O’Brien, sempre di New York era accompagnato da un gruppo di reduci del Vietnam dell’ 81esimo reggimento di fanteria americana, dove egli ha servito. I famigliari di Jaroslav Duka, domenicano neo porporato di Praga, hanno visto il loro figlio lavorare come operaio-tornitore prima e dopo, quando già sacerdote impedito ad esercitare il ministero, per quindici anni si guadagnava il pane come disegnatore in una fabbrica automobilistica. E lo hanno visto in carcere, condannato a diciotto mesi perché istruiva clandestinamente i futuri frati domenicani. La vita del cardinale romeno Lucian Muresan (decimo di dodici figli) poi, sembra un romanzo tanto è intrisa di lavoro (prima falegname, poi militare, poi operaio edile) e prigionia: sotto le catene e le persecuzioni della Securitate di Ceausescu per più della metà della sua vita.

Anche tra gli italiani, il primo dei nominati del 18 gennaio, Fernando Filoni, proviene da una famiglia che ha vissuto con lo stipendio del padre, guardia di finanza. Durante i nove anni trascorsi a Roma per specializzarsi in filosofia (alla Sapienza) e giornalismo (alla Pro Deo, la mamma della Luiss), si è mantenuto lavorando nella parrocchia di periferia di San Tito e insegnando nei licei statali. Da nunzio in Irak, durante l’ultima guerra, è stato l’unico diplomatico occidentale a non lasciare Baghdad, neppure quando la sua sede è stata bombardata. Sabato scorso in molti lo hanno visto commuoversi insieme ai cristiani iracheni venuti a Roma per lui. Per scusarsi dei suoi occhi umidi, ha detto «questi sanno cosa significhi essere cristiani».
Del “bertoniano“, e quindi sospetto Giuseppe Bertello nessuno ha ricordato che era nunzio in Benin quando la Chiesa del Paese africano si faceva promotrice della conferenza che sanciva, senza spargimento di sangue, la transizione da un regime dittatoriale alla democrazia. Ed era a Kigali, in Ruanda, nel 1994, durante il genocidio. Spigolature di questo tipo, non sono rare nelle biografie di chi arriva ai vertici della Chiesa. Forse, la pomposa, e polverosa, piramide colorata che le cerimonie vaticane immettono nel mondo mediatico andrebbe, anche ritualmente, totalmente rovesciata. Sarebbe così più facile per tutti riconoscere, sotto abiti e ritualismi tanto spettacolari (e costosi) quanto inutili (Roberto Beretta, le chiama “enfasi onorifiche”), la mamma di tutte le belle avventure umane che continuano a testimoniare Cristo e ad onorare la Chiesa, e che abita ancora nella parte larga della piramide, nella base, in una fraternità egualitaria dove i patemi, e le funzioni, di chi non riesce a lasciare una poltrona romana per sedersi in un’altrettanto comoda poltrona americana, francamente, fanno solo ridere.

   
 
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